in due parole, tanto per non farla lunga.

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Grafica milanese. Ossessionata, ossessiva, ossessionante (vedi alla voce figlia e madre e moglie, decisamente ossessionante). In un'altra vita volevo essere una di quelle tizie che vanno in giro a scoprire le nuove tendenze, si dice così? Come si porta l'orlo dei jeans e come ci si trucca per avere un aspetto vissuto ma etereo, cose di questo tipo. Nel frattempo cerco di fare poche cose ma discretamente bene. Non mi sono comprata l'impastatrice, per intenderci. E sono di quelle convinte che l'arte ci salverà la vita. Sempre se non ci prenderemo troppo sul serio, però.
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martedì 9 aprile 2013

Non era megalomane ma disperatamente solo, solo da perdere la testa.


[…] La sua sobrietà nella scelta e nella quantità del cibo, che riusciva sempre stupefacente in un uomo della sua mole, era diventata monacale. La mattina mangiava solo un pò di lattuga senza olio e senza pane, la sera una fettina di pane e burro: il caviale era per gli ospiti. Ma stava troppo male per affrontare le lunghe tavolate di invitati che di solito gli piaceva avere, quelle tavolate per le quali Fitzgerald lo aveva definito megalomane; senza capire, stranamente per uno torturato come lui dalla solitudine, che in realtà Hemingway non era megalomane ma disperatamente solo, solo da perdere la testa. La sua solitudine la conosceva soltanto Mary, che gli faceva compagnia sul serio, leggendo e chiacchierando con lui nelle notti di insonnia o nelle albe fredde e sbiadite, quando nel silenzio si sentiva soltanto, a tratti, la macchina da scrivere. […]

(Fernanda Pivano, Mostri degli anni venti, La Tartaruga edizioni)

martedì 19 febbraio 2013

Hem + Hadley.


Paula McLain 
Una moglie a Parigi 
Neri Pozza

Questo libro l’ho scovato in rete, cercando informazioni su Ernest Hemingway.
Ho scocciato tutti, impaziente, raccontando a destra e a manca la mia scoperta per alcuni giorni, dal momento in cui ho capito che raccontava l’immenso scrittore dal punto di vista della prima moglie Hadley Richardson fino all’attimo paradisiaco in cui la biblioteca mi ha avvisato dell’arrivo del prestito (adoro le mail che mi informano che il tale libro aspetta proprio me sul tale scaffale sotto alla tale lettera: rientrano a pieno titolo nella mia corrispondenza più romantica).

Per fortuna non sono stata delusa: McLain è seria e attenta, sensibile alle sfumature e vibrante nel tratteggiare i caratteri.

Si narra di un Hem ventenne, innamorato perso di questa 28enne calma e adorabile, più vecchia di lui ma così ingenua, così poco attrezzata per la vita, eppure avventurosa al momento opportuno - il momento in cui decide di abbandonare la sua vita americana così ordinata, linda, per Parigi e la famosa età del jazz. E la cosa clamorosa è che prima di loro l’età del jazz non esisteva affatto. Prima di Ernest, Gertrude, Scott, Ezra, Parigi era qualcosa di diverso. Si usciva dalla prima guerra mondiale e tutto era da ricostruire da zero, da sovvertire, da inventare. Anche se poi - a causa della guerra stessa - ci si scopriva già disillusi, cinici, disorientati e depressi. Si può essere depressi e traboccanti di vita? Sì. L’ho scoperto studiandomi negli anni il personaggio, Papa.


Questo libro mi fa turbinare in testa, da giorni, i seguenti interrogativi:

a) come ci si sente ad essere stata la prima moglie di un genio, acclamato già in vita?

Tutt’altro che facile, e tutt’altro che consolatorio, dico io.

b) come ci si sente ad essere cresciuta per interpretare il ruolo di moglie, nel sentirsi realizzate facendo semplicemente la moglie dell’artista, la mamma, la spalla su cui far sfogare le nevrosi dell’amato bene? e di colpo, dopo cinque anni, rendersi conto che siamo facilmente soppiantabili da una donna che sembra incarnare la rappresentazione di tutte le moderne maschiette? una tizia che porta i capelli cortissimi e collabora a Vogue? Una stronza patentata, rubamariti delle amiche, okkay, ma una che a sua volta scrive e vive nel mondo e si mette in gioco in prima persona?

Parecchio male, di certo.

c) la domanda b si può riassumere anche in: ma mentre Hem scriveva tutto il giorno, come faceva a non venirti voglia di scrivere a tua volta, scellerata? (anche perchè per il bimbo avevi la balia Maria Cocotte, che non solo ha cresciuto il povero Bumbi, ma faceva anche da mangiare tutte le volte che i coniugi non avevano troppa voglia di trascinarsi sulla rive gauche o in costa azzurra per aperitivi.)

Scommetto che se scrivevi potevi diventare qualcuno anche tu, invece che startene a criticare in silenzio Zelda.

d) Vale la pena, nella vita, essere stati così depressi da pensare al suicidio per la maggior parte degli anni, e alla fine approdarci, epperò essere considerati dei geni assoluti nei secoli dei secoli?

Forse sì.

e) Vale la pena dedicare i propri anni migliori ad un marito e solo a quello, scordandosi totalmente di se stesse (e intendo dire scordandosi di lavorare, di fare arte, persino di comprarsi ogni tanto un vestitino nuovo)?

MAI e poi MAI nella vita.

f) Imparerebbero qualcosa, le ragazzine di oggi, da un libro come questo?

Forse, se solo lo leggessero.
Se solo leggessero qualcosa di diverso dai vampiri.
Ma dico forse.
Nel senso che Hadley stessa leggeva parecchio da giovane e non le è bastato ad evitare parecchi errori evitabilissimi.


So che sono noiosa. Ma se qualcuno di voi  non sa che libro scegliere per i prossimi giorni, e non ha ancora preso in mano Hemingway, non perda tempo.
Trattasi di viaggio senza ritorno.

Paula McLain è invece per chi lo conosce già bene, ed è davvero bravissima nella ricostruzione di ciò che è stato.

domenica 29 aprile 2012

Hem e la sua festa mobile.


Hemingway mi fa desiderare di impegnarmi a scrivere più spesso, 
e meglio, molto meglio, di quello che faccio. 
Di riporre in questo gesto attenzione, tempo, pazienza, 
cura estrema, silenzio, energia.
Questa è una sensazione meravigliosa.
Una sola pagina in cui Hem parla del proprio taglio di capelli 
vale più di molti romanzi letti nel corso degli anni. 
Inutili boriosi romanzi, alti come mattonelle, 
duri da digerire come mattonelle.
Hem arriva ad una tale purezza di linguaggio, 
una tale onestà di intenti, da lasciarci tutti ogni volta attoniti, muti, 
ma spaventosamente felici.
Se dovessi consigliare un libro a qualcuno 
che non ha mai letto prima d'ora, forse suggerirei di partire da lui. 
Se rimanessero poche ore di vita sulla terra e qualcuno fosse così stupido 
da impiegarle a leggere un libro, o così bravo da trovare 
la concentrazione necessaria, spererei che quel libro fosse Festa mobile.
In quel modo si potrebbe celebrare, leggendo, 
l'enorme bellezza di questo mondo, e degli uomini.

"Quelli che interferivano con la tua vita lo facevano sempre per il tuo bene e alla fine io capii che quello che volevano era che tu ti conformassi completamente e non ti discostassi mai da un certo modello esteriore comunemente accettato e che poi scialacquassi i tuoi soldi come un commesso viaggiatore a una convention in un qualsiasi modo stupido e noioso. Quelli non sapevano niente dei nostri piaceri né di quanto fosse divertente sentirsi dannati e mai avrebbero voluto o potuto saperlo. I nostri piaceri, che erano quelli dell’essere innamorati, erano tanto semplici e al contempo misteriosi e complicati quanto una semplice formula matematica che può significare ogni felicità o può significare la fine del mondo.
Questo è il genere di felicità a cui non dovresti mai mettere mano ma quasi tutti quelli che conoscevi cercavano di dargli un’aggiustatina"

(Festa Mobile, Ernest Hemingway, edizione restaurata, Mondadori)

mercoledì 4 aprile 2012

letture disordinate.


negli ultimi tempi il mio approccio alla lettura si è fatto tutt'altro che metodico: ricerca compulsiva di titoli, bisogno di prenotare in biblioteca o di comprare sulla scia di articoli letti, consigli ricevuti da amici e da altri blogger, ricordi lontani di romanzi mai letti che però ora diventano impellenti, e così via. mi ritrovo quindi sul comodino (e non si capisce nemmeno più di che legno sia fatto, perchè tutta la superficie è ricoperta e sovraccarica) i libri che vedete nella foto. un Fitzgerald lasciato a metà; Middlesex, sul quale mi sto concentrando ora; due Hemingway comprati, uno nuovo ed uno usato, da assaporare con calma, come tutti gli Hemingway; le sorelle Brönte in edizione supereconomica, ve ne avevo già parlato, ma ho letto solo le prime pagine nel frattempo. Infinite Jest, naturalmente. Una certezza. Lui c'è, sta lì, mi sento più serena a dormirci accanto, a Wallace. Nick da una parte, e il tomo Einaudi di mille pagine dall'altra. Poi c'è Targhetta, di ISBN, più o meno a metà, bravissimo, appena scoperto. E poi, appena arrivata ieri, l'opera completa della Plath, ohi ohi ohi. La sposa americana di Soldati. quello è mio quindi rimando sempre, tanto c'è tempo. E poi un libricino scovato per caso in biblioteca, L' attimo in cui siamo felici, di Valerio Millefoglie, del quale non so praticamente nulla. post disordinato che rispecchia questo scenario variopinto, dunque. ma a me piace così. mi fa stare bene. e poi in questi giorni piove. ce la farò a finirne almeno uno? forse non è così importante, finirli. a volte basta l'entusiasmo, la voglia di scoprire. forse è quello, il senso. voi cosa state leggendo? anzi: state cercando di capire che libro è meglio leggere per primo, tra quelli che avete accumulato?

martedì 20 marzo 2012

One Day, chiusura del cerchio.


Solo per la cronaca, e per completare questo discorso qua.
Ho letto in pochi giorni il libro "Un giorno".
Dal punto di vista stilistico, speravo in qualcosa di più.
Nicholls è bravino ma insipido; 
è davvero esagerato paragonarlo a Nick Hornby o altri grandi nomi. 
La sua scrittura a mio avviso manca di carattere, 
è gradevole e aggraziata e fila via veloce, ma tutto qua.
Dal punto di vista del rapporto con il film, 
approfondisce tutto ma non dice di più.
Potrebbe quindi bastare o l'una o l'altra cosa, 
a seconda delle vostra predisposizione.
La storia, lo ripeto, mi ha toccata da vicino,
i due personaggi li ho sentiti davvero familiari.
Però non ho pianto per il film, nè per il libro.
Da una trama del genere ci si aspetta come minimo 
uno sconvolgimento emotivo di spessore.
Forse bastava farlo coincidere con la sindrome premestruale,
chi lo sa. Ad ogni modo è andata. 
Ho sognato e sospirato a dovere, e non mi è spiaciuto.
Posso tornare a Hemingway.

lunedì 5 dicembre 2011

woody allen, che ci ricorda l'importanza della magia nella vita quotidiana.





In questi giorni di lavoro prenatalizio abbastanza disumano, disorganizzato e privo di ogni logica, questi giorni di mal di gola, occhi affaticati e cervicali chine sul mac, sogno di piombare come per magia in un film di Woody.
Perchè l'epoca preferita di Woody Allen, ho scoperto, coincide con la mia.
Perchè fin da piccola ho sempre sognato una Parigi elegantemente retrò. Sin dal liceo avrei dato tutti i vantaggi della vita moderna per una notte di follie in giro per la città con Hemingway.
E non sapete quanto bisogno ne avrei ora, di poesia, di profumi, di abitini svolazzanti e di carta stampata un pò chiazzata di vino rosso e tabacco. Cose così. Cose che le mille letture fatte negli anni ci hanno fatto mitizzare, ma io appartengo a quella razza lì, quella del sogno della baguette sotto al braccio e dei mercatini di libri usati. Quella che si porterebbe il protagonista del film a zonzo tutta la notte e scanserebbe annoiata, e pure con un pò di disprezzo, il viscido amico della fidanzata.
Mi spiace solo che Henry Miller sia stato solo nominato, nel film, perchè era un soggetto interessante da osservare, dal punto di vista di Woody, o forse perchè è il primo della lista, per me, da contattare nel caso di un eventuale viaggio nello spazio: Fitzgerald, Ernest, Picasso, Dalì, che colossi: ma Henry ce l'ho nel cuore.


Ancora una volta, sulle pagine di questo tecnologico blog (che però se vi concentrate bene, un pò profuma di beaujolais!)... Ancora una volta, Grazie Woody.

giovedì 7 luglio 2011

Senza titolo, ragionamenti misti su Mac, Milano, 2011





Sono incazzata, ma così incazzata.
Sono incazzata per tanti di quei motivi.
Se mi lamento di ciò che non va, sto piangendomi addosso, e nessuno vorrebbe mai essere una persona che si piange addosso, e neppure io.
Se sorrido a tutti mi sento falsa, e comunque faccio fatica, e che fatica; e la vita è già faticosa così; e poi odio essere falsa.
Se resto amorfa ed inespressiva... Bhè, tanto non ci riesco, e non mi piace esserlo; e comunque sto parlando troppo di me. E non mi piace neppure questo.
Se piango, sono irreparabilmente noiosa ed infantile.
Se mollo tutto fuggo via, sono un'irresponsabile.
Se subisco, non sarò fiera di me stessa.
Se accetto tutto e tutti incondizionatamente, mi prosciugo e poi mi ammalo, perchè reprimere la rabbia fa male.
Lo so che poi il fatto è che sono solo tanto stanca.
Lo so che ho bisogno di novità buone, di cambiamenti, di una ventata di gioia.
Lo so che tanti al mondo non hanno un amore, non hanno un lavoro, e quindi io non ho il diritto di, eccetera eccetera.
Lo so che sono brava nel mio lavoro e tanti si fidano di me e credono in me. Eccetera eccetera. Il che poi si traduce con: approfittiamone, rubiamo a piene mani del suo tempo e della sua passione, è tanto buona quanto...

Pensate che anche leggere Hemingway stasera mi ha fatto infuriare.
Gran genio.
Ma con tanto di viaggi di nozze di 24 mesi, bambinaie, amanti e massicce dosi di alcool.

Siamo noi trentenni italiani in questo 2011 che è peggio del 2010 che era peggio del 2009, ad essere i veri eroi.
Altro che i toreri di Pamplona, o gli americani ricchi degli anni venti, o le mogli abbronzate e psicotiche degli americani ricchi di un secolo fa.

Buona serata.

bazzicano da queste parti:

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