in due parole, tanto per non farla lunga.

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Grafica milanese. Ossessionata, ossessiva, ossessionante (vedi alla voce figlia e madre e moglie, decisamente ossessionante). In un'altra vita volevo essere una di quelle tizie che vanno in giro a scoprire le nuove tendenze, si dice così? Come si porta l'orlo dei jeans e come ci si trucca per avere un aspetto vissuto ma etereo, cose di questo tipo. Nel frattempo cerco di fare poche cose ma discretamente bene. Non mi sono comprata l'impastatrice, per intenderci. E sono di quelle convinte che l'arte ci salverà la vita. Sempre se non ci prenderemo troppo sul serio, però.
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giovedì 25 ottobre 2012

on the road. forever.









On the road
2012
USA, Francia, UK
di Walter Salles


Impossibile scollegare l'attesissimo film dai miei ricordi più intimi, legati a quell'Oscar Mondadori di mio padre, edizione 1967, collocato in un posto d'onore in tutte le librerie che ho avuto, mancante di copertina, odoroso e giallastro, e pieno zeppo dei miei appunti a matita.

Se avete amato alla follia il romanzo di Kerouac del 1951, sulla cui famosa storia non mi soffermerò, dovete secondo me, in ogni caso, vedere il film: per onor di cronaca, per riassaporare l'atmosfera, per semplice curiosità.
La pellicola è lunga, ma non stufa. 
La ricostruzione del periodo storico è eccellente, i paesaggi splendidi, un gran lavoro di viaggi su e giù e di stati da attraversare e riprendere. 
Un percorso azzurro chiaro, verdastro, giallo intenso e poi marrone, vinaccia, blu notte. 
Gli attori sono appassionati e volenterosi (nel senso che devono interpretare dei miti assoluti per miliardi di lettori di ogni età, lo sanno e ce la mettono tutta). Viggo Mortensen è il più stellare. La criticatissima Stewart è  in realtà adatta al ruolo, aderisce bene alla figura di Marylou e qui la trovo anche inaspettatamente molto bella. Kerouac viene fuori sensibile e delicato ma tanto vitale, Neal Cassady autodistruttivo, irritante e meraviglioso, come è giusto che sia, come ce li ricordiamo noi.

La magia che sprigiona leggere quel libro è impossibile riprodurla.
Non proverete di nuovo quelle sensazioni. Non fosse che siete invecchiati, nel frattempo. Ma mi sento di assolvere Salles. 

Non ha tentato di farcire il tutto con effetti speciali, giochi di luci e trucchetti come si usa tanto fare ora: un viraggio di qua, una scena a doppia velocità di là, un colore acido in dissovenza, uno sfondo bruciacchiato ad indicare che l'epoca è quella antica. Si tratta di un film onesto e molto classico, come si addice al dopoguerra, con tanta buona musica e l'odore delle parole scritte nell'aria, tipo buon odore di caffè al mattino: scritte su pezzetti di carta logori, unti, di getto, simulando in maniera epicurea la vita, parole che sono esse stesse vita, e celebrano lo splendore spudorato dell'esser vivi.

Così innocenti, quei ragazzi, rispetto a quelli di oggi.
Così folli e lucidi; così teneri, anche.
E così spietati, da ferirsi a vicenda in maniera inaudita, abbandonarsi e ritrovarsi per poi lasciarsi di nuovo: ma con la voglia irrefrenabile di fare delle proprie giornate delle opere d'arte.

"Dean e io ondeggiavamo entrambi sospinti dal ritorno e da quella cosa che era la nostra definitiva eccitata gioia di parlare e di vivere nella fine informe ed estatica di tutti quegli innumerevoli disordinati angelici particolari che ci erano rimasti assopiti nell'anima per tutta la nostra vita"

"Neal tirò fuori le altre foto. Mi resi conto che quelle erano le uniche istantanee che i nostri figli avrebbero guardato un giorno con stupore, convinti che i loro genitori avessero vissuto una vita tranquilla, ordinata, come quella delimitata dalle inquadrature delle foto, alzandosi al mattino per camminare fieri sui marciapiedi della vita, senza nemmeno immaginare l'aspra follia e ribellione della nostra esistenza reale, della nostra notte, l'inferno, l'insensata strada d'incubo. E tutto dentro un vuoto senza principio e senza fine."

martedì 24 aprile 2012

Urlo (Howl), il film.


Urlo
di Rob Epstein e Jeffrey Friedman 
USA 2010


In principio furono Hemingway e Fitzgerald. 

Poi arrivò la seconda guerra mondiale, così terribile, sconvolgente da non crederci. Anche per un americano fiducioso nel proprio paese e nel futuro: la seconda guerra mondiale segnò tutti indelebilmente. 

Dalle ceneri nacque una nuova razza di scrittori. Si fece largo in maniera pacifica, ma non modesta. Sorridente, ma non compiacente. Aggraziata, ma per nulla timida. Erano i pazzi fiori del jazz. 

Io li ho scoperti a 16 anni, negli anni novanta, e per tutta l'adolescenza mi hanno accompagnato; li ho studiati a fondo come studia soltanto chi ha realmente sete di libri, senza tralasciare nessuna sfumatura, neanche un rigo a piè di pagina, sottolineando, ricopiando, dedicando estratti, ripetendoli mentalmente, in loop. Nel mio zaino, nel ripiano basso dei miei banchi, c’era sempre un Kerouac tascabile. Lo leggevo durante le interrogazioni di chimica, o tra una lezione e l'altra, per poi riprenderlo in mano a casa, con disapprovazione da parte dei miei genitori: da mamma perchè avrei dovuto concentrarmi meglio sui libri di scuola (ma avevo buoni voti quindi erano proteste passeggere, lievi) e da parte di Flappy perchè, mi ripeteva sempre, "vivi di più e leggi di meno!" (ma lui alla mia età era uguale, e poi chi è che mi aveva fatto conoscere On the road?).

Per molto tempo non mi sono più occupata dei beatnik. Ma ultimamente sento ancora la stessa urgenza, lo stesso spirito ribelle, che si era solamente assopito; prerogativa principe per poterli apprezzare. Sarà la maturità, che sta arrivando sotto mentite spoglie e mi sussurra: sei fatta così, non cambierai mai nemmeno ora che usi la crema antirughe.

Tra l'altro, consiglio a tutti quelli che usano il termine hipsters impropriamente, e non se ne può più, di documentarsi bene prima di autodefinirsi così.


Questo film si concentra sul componimento URLO di Allen Ginsberg, letto per la prima volta in pubblico nel 1955.
La pellicola scorre su quattro differenti registri di narrazione, che si intersecano puntualmente, in maniera un po’ troppo statica e monotona, a mio parere (ma è una visione interessantissima e la consiglio a tutti, indistintamente):


a) Un Allen Ginsberg trentenne, interpretato dal bravissimo e trasformista James Franco, parla del proprio metodo di scrittura, di come avviene in lui il processo creativo e di cosa si propone di fare attraverso la sua arte. Narra di fatti privati che hanno ispirato il poema e di come sia riuscito a metterli su carta. Di cosa è per lui fare letteratura, insomma. L’intervista si svolge nel suo appartamento, è girata a colori. 


 b) Animazioni non particolarmente belle, un po’ naif (senza la forza potente che potevano avere quelle di The Wall, per intenderci), davvero troppo didascaliche, illustrano i vari passaggi di Urlo, recitati da James Franco. Una graphic novel che per molti risulterà un interessante esperimento: per me se ne poteva fare a meno. Mi pare che sporchi, appesantisca tutto.



c) Ginsberg, durante un reading, legge appassionato ad una folla rapita di amici, scrittori dell’epoca e ammiratori. La scena è girata in bianco e nero, in un fuomoso piccolo localino newyorchese.



d) Spezzoni del processo: in aula si succedono i testimoni, l’accusa, la difesa. Ascoltiamo le motivazioni di diverse rilevanti personalità dell’epoca. La scena è girata in tonalità molto calde, ambrate. Il processo si concluderà con l’assoluzione dell’editore Lawrence Ferlinghetti, della City Lights, un mito per molti di noi.



L'aspetto più affascinante di questa pellicola a mio parere è proprio la testimonianza di Ginsberg, il racconto di quanto si sia sentito sbagliato e solo durante la sua giovinezza, a causa di alcune tragedie familiari e anche, soprattutto forse, a causa della propria omosessualità; lo sappiamo, essere gay in America causa qualche problemuccio ancora oggi, negli anni cinquanta quanto doveva essere arduo affrontare a testa alta "quelli che benpensano"?
Lo scrittore trova se stesso, e con se stesso trova salvezza, solo attraverso la propria scrittura. Scrittura che dev'essere onesta intellettualmente e non deve tentare di scimmiottare altri venuti prima; scrittura come trasposizione della propria anima, parola molto importante nel film, nello stile nervoso e jazz adeguato alla vita di chi scrive, e non a quella dei censori. Scrittura che sia di esempio agli altri giovani perduti nelle strade d'America e del mondo intero: una nuovo via da percorrere, la testimonianza che un nuovo radicale modo di vivere e di scrivere è possibile, e auspicabile.


Sono con te a Rockland 
dove sei piu' pazzo di me 

Sono con te a Rockland 
dove dovrai sentirti ben strano 

Sono con te a Rockland 
dove imiti l'ombra di mia madre 

Sono con te a Rockland 
dove hai assassinato le tue dodici segretarie 

Sono con te a Rockland 
dove ridi per questo umorismo invisibile 

Sono con te a Rockland 
dove siamo grandi scrittori sulla stessa orribile macchina da scrivere 
Sono con te a Rockland 
dove la tua condizione e' diventata seria e lo riporta la radio 

Sono con te a Rockland 
dove le facolta' del cranio non tollerano piu' i vermi dei 
sensi 

Sono con te a Rockland 
dove bevi il te' dal seno delle zitelle di Utica 

Sono con te a Rockland 
dove fai battute sul fisico delle tue infermiere le arpie del Bronx 

Sono con te a Rockland 
dove gridi in camicia di forza che stai perdendo la partita 
dell'autentico pingpong degli abissi 

Sono con te a Rockland 
dove pesti sul pianoforte catatonico l'anima e' innocente e 
immortale non dovrebbe morire mai empiamente in un manicomio armato

Sono con te a Rockland 
dove cinquanta altri shock non restituiranno mai piu' la tua anima al corpo 
dal suo pellegrinaggio verso una croce nel nulla 

Sono con te a Rockland 
dove accusi i dottori di demenza e trami la rivoluzione 
ebrea socialista contro il Golgota nazionale fascista 

Sono con te a Rockland 
dove separerai i cieli di Long Island e farai risorgere il tuo 
vivente Gesu' umano dalla tomba sovrumana 

Sono con te a Rockland 
dove ci sono venticinquemila compagni rabbiosi che cantano tutti assieme 
le strofe finali dell'Internazionale 

Sono con te a Rockland 
dove abbracciamo e baciamo gli Stati Uniti sotto le lenzuola gli 
Stati Uniti che tossisce tutta la notte e non ci lascia dormire 

Sono con te a Rockland 
dove ci svegliamo elettrificati dal coma per gli aeroplani delle 
nostre anime che rombano sul tetto sono venuti a sganciare bombe angeliche 
l'ospedale si illumina mura immaginarie franano 
O smunte legioni 
correte fuori 
O scossa di grazia a stelle e strisce la guerra 
eterna e' giunta 
O vittoria lascia perdere le mutande siamo liberi 

Sono con te a Rockland 

nei miei sogni cammini gocciolando da un viaggio di mare sull'autostrada 
attraverso l'America in lacrime verso la porta della mia villetta 
nella notte 
dell'Occidente

bazzicano da queste parti:

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