in due parole, tanto per non farla lunga.

Le mie foto
Grafica milanese. Ossessionata da pochissime fondamentali cose: cinema, letteratura, musica, arte, design, yoga, poesia, nuove tendenze, sociologia.. e forse anche molto altro, in effetti.

sabato 18 maggio 2013

Maggio.

Maggio, mese del mio compleanno, di quello della mia mamma e di alcuni degli amici più cari. Mese in cui adoro entrare dal fiorista, per farmi incartare una rosa profumatissima. Il maggio più piovoso che io ricordi, anche se è capitato molto spesso che i giorni centrali del mese, i più carichi di profumi, siano innaffiati vigorosamente e rinfrescati di freddo frizzantino.
A metà settimana mi trovavo per lavoro in zona Conservatorio, in centro a Milano, con il mio ombrello fucsia e malconcio, a camminare in mezzo a viali di edera lussureggiante e suoni e voci baritonali e urla rock: la città dà il meglio in autunno, ma anche in primavera sa regalare piccoli e grandi tesori.
Mese in cui sto scoprendo di essere uguale a tanti altri nel soffrire di allergie: smoccolo, starnutisco e l'anno prossimo farò tutti i miei begli esamini per capire come curarla; ora guardo tutti quei piumini vorticanti con altri occhi.
Mese di lavoro intenso.
Mese di grandi uscite al cinema, e io che ultimamente diserto volentieri a favore del portatile sulle ginocchia, non sto nella pelle: Gatsby, che attendo da circa un anno, con tutte le perplessità e l'entusiasmo del caso; e Sorrentino, che amo alla follia, con Servillo che ogni volta si supera e che per ora mi ha regalato uno dei più bei trailer mai visti, talmente evocativo e talmente denso di vita...



Intanto fuori si è fatto scuro e ventoso per l'ennesima volta.
Vado a infilarmi la felpa.

sabato 11 maggio 2013

Berlinguer, Enrico.






La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana. 
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.  

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

«La Repubblica», 28 luglio 1981

lunedì 6 maggio 2013

cinema:ruoli maschili:TOP25

Oggi mi va di sollazzarmi con una classifica che sarebbe in teoria molto impegnativa ma che prendo come un gioco scacciapensieri, e di sicuro scorderò molti volti, e molti interpreti meritevolissimi.
Una personale classifica (tutti a pari merito) di interpretazioni maschili che spaziano dal cinema d'autore al trash anni ottanta.
Personaggi di cui mi sono innamorata perdutamente per una sera o per anni interi, attori brufolosi che ho ritagliato e incollato in smemorande e uomini maledetti che mi hanno tolto il sonno.

Jon Cryer in Una cotta importante, Bella in rosa
Era l'amico simpatico e sfigato nei filmetti americani per ragazzine che andavano per la maggiore negli anni ottanta. Io quello bello, ricco e profondo non lo guardavo neppure, di solito: impazzivo per Cryer.


Matthew Broderick in Wargames
Sempre in quegli anni. Sempre brufoloso, nerd e dolcissimo.






























Carlo Imperato / Danny Amatullo in Saranno Famosi
Il mio personaggio preferito in assoluto nella famosa serie televisiva, 
l'italo-americano che studiava per diventare un attore comico.


Harrison Ford in un qualsiasi film girato prima degli anni novanta
Mio attore di culto per tantissimi anni, poi decaduto miseramente nella stima e nell'interesse. Di culto vuol dire poster, prime visioni al cinema in compagnia del mio papà, videocassette consumate, pagine di diario: Guerre Stellari, Indiana Jones, Mosquito Coast, Blade Runner, Witness, uno meglio dell'altro e tutti imparati a menadito.
Ma come darmi torto?








Scott Schutzman Tiler / David "Noodles" Aaronson 
di C'era una volta in America da giovane
Personaggio leggendario della mia infanzia. So che non è un film da piccoli, ma me lo sono vista molte volte in giovane età ed ero innamoratissima di lui.


River Phoenix in My Own Private Idaho
Assolutamente inclassificabile. Narcolettico, gay e bello in maniera angelica. Persi la testa.


Jack Nicholson, in TUTTI i suoi film
Per durata di anni, l'amore più longevo e importante.
Uno degli attori più stratosferici di tutti i tempi, occhi folli e sorriso micidiale.
Da brivido. Ancora adesso. Anche stempiato e con la pancia.


Denzel Washington in Mo' Better Blues
Nei miei personali "anni del jazz" ha incarnato la perfezione, nella mia idea tutta sognante di come doveva essere un vero uomo: musicista dalle labbra carnose, tutto istinto e fisicità.


Gerard Depardieu / Olmo in Novecento
Olmo era la passione politica, la giovinezza, l'idealismo; mi ricordava la origini e la storia di mio nonno; e Depardieu da giovane era davvero splendido, scultoreo, luminoso.


Al Pacino in Carlito's Way
A vent'anni ho scoperto e amato questo film in una maniera struggente, come solo a vent'anni è possibile.





















Vittorio Gassman in tutti i suoi film
Praticamente impossibile identificarlo in un solo ruolo.
Gli italiani gli hanno sempre preferito Mastroianni, ma io trovo il modo di recitare di Gassman nettamente superiore.
E poi: la voce.
La sua voce.
Tutto un mondo.














Marlon Brando
in Ultimo tango    
a Parigi
Qui lo so che si sta dipanando una sfida tra colossi.
Brando in questo film è talmente malinconico, cinico, sensuale e straripante che non saprei da che parte iniziare. Ci vorrebbe tutto un post a parte.















Jeremy Irons in Lolita
Altro cult assoluto.
Ormai avete iniziato
a capire che sono stata
per anni sulla strada
dei decadenti nonchè maledetti.
L'Humbert più perfetto
di tutti i tempi.





















Tim Curry / Frank-N-Furter  in The Rocky Horror Picture Show
Scienziato travestito e bisex, l'esperimento più sexy uscito fuori dagli anni settanta. Non ho più guardato un paio di calze a rete con gli stessi occhi!














Woody Harrelson
La foto è la locandina del bellissimo film Larry Flynt, che consiglio a tutti quelli che se lo sono perso (Miloš Forman, mica bazzecole). Ma è impossibile incanalare il dirompente Woody in un solo ruolo. Non si può semplicemente resistergli.


Javier Bardem / Reinaldo Arenas in Before Night Falls
La poesia, l'amore per la vita, Cuba, la rivoluzione, ma quella vera.
Qui Bardem, che ho amato in molti altri film, era perfetto. E toccante.


Adrien Brody in Summer of Sam
L'ho detto più volte, lui ha una faccia da oscar e un portamento da fotomodello.
Ho scelto questo strampalato, violento, pulp, modernissimo film di Spike Lee ma vale la pena nominare per l'ennesima volta il mio adorato Darjeeling Limited, o Il distacco, o il superclassico Pianista di Polanski. Brody è un'esperienza da fare.


Edward Norton in La 25° ora
Anche per Norton scegliere un solo film è non solo una faticaccia, ma anche davvero riduttivo. Tuttavia voglio ricordare Monty Brogan, altro personaggio leggendario creato da quel colosso che è Spike Lee, spacciatore irlandese in una New York appena sconvolta dall'11 settembre.


Elio Germano in uno qualsiasi (è sempre bravissimo)
Per un paio d'anni sono stata ossessionata da Elio Germano. Poi mi è pure passata, ma in quel periodo ero monomaniacale.
Non scelgo un film solo, non ne sono in grado. Sono convinta tuttora che di attori così bravi da noi non ne capitavano più dai tempi d'oro del cinema italiano, vale a dire molto tempo fa.


Sean Penn in Milk
Harvey Milk ti entra nel cuore e non ne esce più.
Sean Penn qui si è superato. Van Sant pure.
Trasformazione fisica e psicologica impressionante per entrare nella parte.
Intensità commuovente!

Jake Gyllenhaal in Donnie Darko
Personaggio cult per quelli della mia generazione.
Adolescente disadattato, profondo, stralunato, intelligente.
Praticamente il tipo
che tutte quelle come me avrebbero voluto frequentare negli anni
del liceo. O, almeno,
in una realtà parallela.















Heath Ledger in Brokeback Mountain
Attore dolce e fragile che associo sempre, per evidenti assonanze, a River Phoenix.
Il cowboy Ennis Del Mar è ormai entrato nella leggenda.
E Heath con lui.


Johnny Depp in Paura e Delirio a Las Vegas
Uno dei titoli meno scontati per il leggendario Depp, anche lui un pò decaduto nel mio personale immaginario, ma qui è sfavillante nella sua disturbata follia, qui è davvero esagerato, lisergico. Cercatevelo, e scordate schifezzine come
The Tourist, per favore.


Leonardo Di Caprio in Revolutionary Road
Di Caprio ormai sono anni che è diventato proprio bravo, lo sanno anche i muri.
Di Caprio era un ragazzino insignificante, il solito insopportabile biondino con il nasetto all'insù, e ora invece è anche un uomo proprio bello, solido, imponente.
Tra tutti i ruoli io lo preferisco in questo, che era una sfida difficile, era doloroso da recitare e anche da guardare. Sfida vinta su tutta la linea.


Jude Law sempre e comunque!
Jude Law, sempre e comunque.
Dovendo scegliere, costretta con la forza, scelgo Closer.
É stato degli uomini più belli del mondo, ma quello che me lo fa continuare a piacere più di tanti è il fatto che sia anche un solido attore teatrale, umile e volonteroso e vanitoso solo in apparenza. E non tutte lo sanno. A non tutte importa. Però si percepisce, osservandolo, e traspare. E con l'età verrà fuori sempre di più, insieme alla pelata.


Un giochetto che facciamo il famiglia: indovinare il marchio di fabbrica di molti di questi attori. Quella caratteristica che, bene o male, si portano sempre con sè; l'aspetto che li rende adorati dalle donne, e che i registi sfruttano all'osso perchè sanno essere la loro carta vincente. Qualche esempio? Jude Law piagnucola sempre in tutti i film, a un certo punto della storia. E come piange lui, nessuno (e tutte noi lì, a piangere a comando con lui). Di Caprio è quello trattato sempre male da mogli e fidanzate: mollato, scaricato come un cane in autostrada, rinnegato. Elio Germano in ogni film lo riempiono di botte. E così via. Provate a aggiungere qualche tassello anche voi a questo gioco.

E fatemi sapere le vostre classifiche all'interno della classifica!


sabato 20 aprile 2013

Paul Auster, Diario d'inverno.


"La vicinanza al terreno del tuo piccolo corpo, il corpo che possedevi a tre e quattro anni: insomma, la brevità della distanza fra i tuoi piedi e il tuo capo, e il fatto che le cose che ora non noti più un tempo fossero per te presenza e cura costante: il piccolo mondo delle formiche brulicanti e delle monete smarrite, dei rametti caduti e dei tappi di bottiglia ammaccati, dei tarassachi e dei trifogli. Ma soprattutto le formiche. Sono quelle che ti ricordi meglio. Eserciti di formiche in viaggio dentro e fuori le loro montagnole polverose."


Di quando i libri ti vengono a cercare.
E ti fulminano nella loro commuovente bellezza.
Di come parole accostate fra loro in un certo modo perfetto ti facciano amare la vita tanto da emettere urletti di gioia, e sorridere con tutta la faccia, da sola in una stanza.




bazzicano da queste parti:

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